Ho un amico che è del Toro


Un'immagine da Torino-Cremonese, 28 maggio 2006

Il 3 dicembre è il compleanno della mia squadra del cuore, il Torino. A molti sembrerà strano, ma mi piace, ogni 3 dicembre (o giù di lì), scrivere qualche riga che racconti cosa significa il Toro per me. Perché, in fondo, ogni appassionato (e non parlo solo di calcio. Mi rivolgo a chiunque abbia una qualche passione) sa quanto quella sua passione, alla fine, riesca a diventare una parte, piccola o grande, della propria vita.


Io ho un amico che è del Toro. Be’, certo, anche io lo sono, ma lui, in un certo verso, lo è di più. Bella questa, si potrà dire: come può una persona essere “più tifosa” di un’altra? Questa è una storia che, secondo me, può raccontarlo.

Noi due siamo entrambi tifosi del Toro da sempre, da prima di conoscerci. Entrambi abbiamo vissuto la nostra infanzia in uno dei periodi più deprimenti della storia granata, ovvero quel decennio mirabolante in cui si bivaccava in B, in cui, se Novantesimo Minuto dedicava un servizio al Toro, allora era una grande domenica, in cui si perdeva quattro a zero in casa col Ravenna e in cui una trasferta nel cuore dell’Appennino abruzzese contro il Castel di Sangro era in grado di far tornare in mente i fasti delle Forche Caudine.

Forse, anche per questo, entrambi abbiamo cominciato, alla ricerca di qualcosa che fosse calcio (perché il nostro, anche mettendoci tutta la buona volontà, non lo era), a seguire i campionati stranieri, ben prima che Youtube e le app sportive li rendessero vicini quanto il nostro. Il Real dei Galacticos e, ancor più, lo United di Ferguson! Insomma, quelle squadre con cui alla fine si giocava su PES o Fifa, anche perché su PES il Toro proprio non c’era, mentre su Fifa sì, ma con quei valori così realistici che rendevano deprimente giocarci o quasi. Anche su questo, devo dire, lui è sempre stato più estremo di me: agli albori di Sportitalia adorava seguire anche i più improbabili campionati sudamericani.

Io non ero così disperato.

Sia io, sia lui siamo sempre stati il tipo di tifoso che, quand’era ora di giocare a calcetto, si presentava al campo in granata, così si finiva sempre a giocare insieme. Lui davanti (così ha la scusa per non rientrare in difesa), a far finta di essere, a seconda delle rose, Bianchi, Ferrante o il sempreverde Elvis Abbruscato (penso che nemmeno Abbruscato in persona sia mai stato suo fan a questi livelli), io un po’ più indietro, a immaginarmi (immaginarmi, sia chiaro: le intenzioni ci sono, è la qualità che è sempre mancata) nel ruolo del rifinitore o del secondo violino: Antenucci, Muzzi, Lucarelli, Pinga (eh, i sogni… Rosina no, era troppo bravo).


Un pomeriggio, però, decise inaspettatamente d'insegnarmi una lezione sull'essere tifosi del Toro: ecco perché penso sia più tifoso di me.


Avvenne un sabato pomeriggio di maggio, undici anni fa.

Stadio Delle Alpi (eh già, c’era ancora il Delle Alpi al posto dell’Allianz-Juventus Stadium…), 28 maggio 2006. Sotto un bel sole caldo va in scena la quarantaduesima e ultima giornata del Campionato di Serie B stagione 2005-06. Da lì a due mesi il calcio italiano sarebbe salito sulle montagne russe: le notti mondiali, il cielo sopra Berlino, Calciopoli, la Juve in B. Ma quel sabato pomeriggio si giocava Toro-Cremonese. Se avessimo vinto e contemporaneamente il Catania avesse perso in casa con l’Albinoleffe, ormai tranquillo nella parte destra della classifica, saremmo saliti diretti in A. In realtà, non ci credeva nessuno.

Nessuno, tranne lui: prototipo del tifoso-sognatore, era fermamente convinto che il Leffe del Mondo (ricordate, la sedia a Amsterdam?) avrebbe tirato su le barricate per permetterci di recuperare quei due punti che ci separavano dai rossoblù etnei.

Io, dal canto mio, ero del partito dei pessimisti: meglio cominciare a guardarsi intorno per cercare i biglietti per i playoff.


Quel giorno in Maratona eravamo lui, Paola ed io. Ero con due molto più Granata di me. Mio padre era dall’altra parte, in Primavera, insieme a quell’apostata milanista di mio fratello, che per la prima volta metteva piede in uno stadio (e aveva il terrore di essere scoperto, il traditore. A ogni coro credeva se la prendessero col Milan).

Non eravamo ancora nemmeno entrati nello stadio e avevamo già sbagliato un rigore: Vryzas l’aveva tirato così male da non lasciarci il tempo di capire cosa fosse successo: una ciabattata a due all'ora, centrale. Però, poi, ci eravamo messi a giocare davvero bene: la differenza in campo tra le due squadre era oggettivamente tanta: da una parte la terza della classe, dall'altra la Cremonese già in C. Così, prima Vryzas era riuscito a farsi perdonare quello sgorbio dal dischetto con una bella doppietta, quindi la ciliegina sulla torta era arrivata a tempo scaduto, con la punizione di Vailatti, uno che si diceva avrebbe fatto una grande carriera, persosi però nei meandri delle serie inferiori.

Al triplice fischio salutavamo il campionato a testa alta, con i tre punti in tasca e tante belle prospettive per i playoff.

Già, come prevedibile il Catania aveva vinto, volando direttamente in A. Certo, un po’ d’amaro in bocca magari c’era, ma quando io e Paola ci guardammo (e lei è davvero tifosissima, molto più di me), concordavamo sul fatto che, alla fine, andava bene così.

“Giocando così i playoff, non avremo problemi, vero Andy? Andy?” Andy non rispose. Andy era sparito. Cominciammo a cercarlo, nella calca che lasciava la curva in un clima di moderata allegria generale. Nulla. Lo trovammo un po’ più in là: Andy era in ginocchio, in mezzo ai bidoni vicino all’uscita, in lacrime.


Quel pomeriggio Andy mi insegnò una lezione sull'essere tifosi del Toro. Be', non era la prima volta che vedevo qualcuno star male per il Toro: Paola sta sempre male, ancora oggi, quando giochiamo, ma avevo sempre pensato potesse essere una reazione naturale se, dopo aver visto giocare con quella maglia Pulici, Graziani e Sala, o anche Cravero, Lentini e Casagrande, ti ritrovi a veder queste tristezze e a galleggiare in B (negli ultimi anni, sinceramente, la situazione è un po' migliorata). E invece no: quello star male è parte della nostra malattia. Se tifi Toro, alla fine un po' male devi stare. Mi fa sorridere ripensare a quei giorni: qualche giorno dopo partii per una decina di giorni, nei quali si disputarono i playoff. Tornai in tempo per la finale, di nuovo al Delle Alpi, contro il Mantova, dopo aver perso 4 a 2 fuori casa. Quella sera vincemmo 3 a 1, tornammo in A dopo il crac di Cimminelli che ci aveva impedito di farlo l'anno prima e festeggiammo tutta la notte. Eppure, tanti anni dopo, penso che il momento più memorabile di quella cavalcata siano state quelle lacrime: c'è molto più Toro lì che in una promozione, che in una vittoria.


Ho un amico che è del Toro. E quel pomeriggio, inginocchiato in lacrime in mezzo alle lattine e ai bicchieri di plastica, mi ha insegnato cosa significhi tifare Toro: saper soffrire quando si perde, ma ancor più esser consapevoli che, ogni tanto, anche vincere non basta a metterci al sicuro.


Auguri, Vecchio Cuore Granata.

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